Incontro di partite Iva

Una storia vera, o quasi. Il lavoro appeso a un filo. Di quelli che qualcuno vorrebbe usare per muoverci come burattini.
E allora, un bel paio di forbici, anche quelle piccole, per le unghie, e zac! il filo non c’e’ piu’.
E neanche il lavoro. Cazzo!
Ci abbiamo guadagnato pero’ tanti amic* nuov* e un po’ di saggezza per i giorni a venire.

Cinque di pomeriggio, gennaio. E’ buio. E di domenica le strade sono quasi deserte, in questa zona. Roma non è una città pericolosa, sono abituata a girare da sola, ma un po’ di paura mi accompagna sempre. L’appuntamento è allo studio di Gaetano, vicino alla stazione. Non lo conosco Gaetano, credo di averlo incontrato solo un paio di volte nei corridoi del Sarcc, al cambio d’ora. Un uomo sui cinquant’anni, media altezza, occhi piccoli nascosti da occhiali dalla montatura leggera, sorriso sottile, movimenti agitati ma fluidi. Mi pare di sapere che insegna ‘Materiali tecnici da costruzione’, nel corso biennale di arredamenti interni.
Piccola palazzina pluricondominiale con giardino annesso, lo studio dovrebbe essere alla scala D. Due tipi attraversano il giardino trascurato, girando intorno alla fontana, asciutta, fino al portone. Mi sembrano tranquilli, uno ha sciarpa e basco nero, alla francese, e un volto familiare. Saranno docenti del Sarcc anche loro. Il Sarcc: Scuola arredamento comunicazione e computer. La ‘nostra’ scuola, il nostro lavoro.
Li seguo, la mia paura si quieta. Suonano dove dovrei anche io. Terzo piano.
Giovedì mattina sfogliavo il libretto di istruzioni della mia nuova fotocamera digitale, regalo di Natale degli zii, mentre di là il telefono squillava. ‘Tutte le volte che trovo indicazioni su come usare qualcosa, si tratta di un oggetto progettato male’, citavo tra me la semplice regola per individuare il cattivo design. Da dietro la porta chiusa della mia camera Silvia urlava che era per me. Davide.
– Dobbiamo vederci, ci sono novità. Mi ha chiamato Saverio, il Sarcc ha dei problemi di liquidità, pare che non abbiano i soldi per pagarci il trimestre, vogliono proporci un accordo.
Che tipo di accordo, chiedo.
Adunata per venerdì, solito bar di Santa Maria in Trastevere. Patatine, arachidi, salatini sul tavolo, troppo piccolo per tutti i camparini, i chinotti, e i caffè di chi non si sente sveglio neanche al pomeriggio. Il barista ci tratta bene, sono quattro anni che consumiamo le sue riserve di campari e stuzzichini, durante le nostre periodiche riunioni didattiche. Le abbiamo sempre fatte al bar, era uno spazio che sentivamo più nostro.
Dodici docenti per un corso di informatica completo, con tanto di diploma ed esame finale dopo i due anni regolamentari. Dodici docenti di un istituto privato come ce ne sono tanti a Roma, città con tre università che si stanno svegliando al mondo del computer, per non perdere la battuta e concorrere alla partita della formazione europea nelle nuove tecnologie.
Non hanno i soldi per pagarci. Dodici tra fatture e ritenute d’acconto per un totale di millecinquecento ore di lezione. Millecinquecento ore di informatica vendute a migliaia di euro l’anno a giovani concupiti tra i licei e gli istituti con la promessa di lavoro sicuro ed elevate competenze. Il lavoro sicuro è una burla, le competenze le garantiamo noi docenti. Il nostro gruppo si fa vanto di non insegnare solo la tecnica ma anche la progettazione, la teoria, la cultura delle nuove tecnologie. La politica e la misura dell’informazione digitale. Presuntuosi, a dir poco. In gamba però. Davvero. Dei nostri studenti, c’è chi è riuscito a inserirsi anche bene nel mondo del lavoro, qualcuno ha finito con l’affiancarci poi nelle mille attività che si portano avanti per svoltare il mese.
– Si sono giocati in borsa i nostri soldi. Così dicono. Quando andava su girava bene, è andata giù e non se ne sono nemmeno accorti, hanno dilapidato tutto.
– Il figlio di Giacomo però deve avere usato i resti per comprarsi la jeep nuova, l’ho visto l’altro giorno pavoneggiarsi con la segretaria, con la sua solita faccia da cazzo.
– Non è possibile, è cretino ma non fino a questo punto.
– E’ stronzo, non è cretino.
– No, no, è proprio cretino.
– Quando c’era il padre una cosa simile non sarebbe successa.
– Vorrei ricordarvi che Giacomo di bastardate ce ne ha fatte tante, non vi dimenticate di quando giocava ad abbassarci i termini del contratto con la scusa che eravamo senza esperienza di formazione.
– I termini di che? Contratto? Quale contratto?
Hanno ragione. Quale contratto. Questo è il primo anno che mi ritrovo a firmare un Co.co.co, invece che una semplice ritenuta d’acconto. E volevano anche vincolarlo alla customer satisfaction, per quella stronzata dell’Iso qualità, testata solo sui docenti.
– Se ce ne andiamo, ai ragazzi che raccontiamo?
I ragazzi. I nostri studenti. Gli vogliamo bene, ai nostri studenti. Troppo facile, quasi banale.
Si decide per la partecipazione a una riunione collettiva con gli altri docenti della scuola. I docenti di tutti i corsi: marketing aziendale, grafica pubblicitaria, arredo d’interni, e noi, informatica. Il Sarcc offre tutte le professioni del futuro: Iscriviti e viaggerai tra le stelle del professionismo. Le stelle.
Domenica, dunque, gennaio. Giorno sacro, per molti. Non per me. 16 e 45: sono in ritardo, come sempre. Luca sul divano legge Gunter Grass, Il tamburo di latta. Ti chiamo appena ho finito, ok? Domenica, per me, giorno dedicato a Luca: nove anni insieme, case separate, weekend come prove generali di convivenza, nella speranza di tempi migliori.
Cinque di pomeriggio. Salgo al terzo piano della scala D, sempre dietro al francese e al suo compare pelato, che ridono per il fiatone accusando le sigarette e la pipa. Sarà il francese a fumare la pipa, immagino.
L’ingresso è spoglio. Tutto lo studio, è spoglio. Solo lo stretto indispensabile: una stanza piccola con un computer, un’altra stanzetta completamente riempita da un tavolo, vuoto. Un corridoio che introduce all’ambiente più grande, con due scrivanie ricoperte di carta e barattoli di matite, e una ventina di sedie lungo tre lati accostate con le spalliere ai muri. Sono tutte occupate. Venti sconosciuti, forse trenta, ci sono almeno altre dieci figure in piedi, poi diventeremo una quarantina, nel corso del pomeriggio; qualcuno è più ritardatario di me. Cerco subito volti noti, i miei amici, gli altri docenti del corso di informatica. Vedo Davide, Federico, Angelo, Andrea. Solo quattro. Saluto, mi siedo vicino ai miei, che mi hanno conservato una sedia. Mai visti, gli altri, in tutti questi anni. Nessuno ha mai pensato a farci incontrare, al Sarcc; nessuno di noi ha mai creduto fosse importante, conoscere i docenti degli altri corsi. Sbagliavamo.
Dieci minuti, tra convenevoli e attesa degli ultimi arrivi, per guardarmi intorno.
Prima occhiata rapida: ventisette uomini, tre donne, me compresa. Un conto facile. Nel mio corso, tra i miei, siamo due donne su dodici. Le professioni del futuro saranno maschie, mi dico.
Secondo giro: scorgo il francese e il calvo infilati dietro il tavolo di fronte al nostro. La docenza è un secondo lavoro. Hanno uno studio, un piccolo studio che sforna pacchetti di grafica pubblicitaria, sopravvivendo dignitosamente al mare magnum di grosse società del settore. Colonne portanti i due trentenni, i più piccoli della nuova confraternita del Sarcc insieme a noi informatici, e Lorenzo, il francese che non fuma la pipa, ma bensì normalissime sigarette, poche, solo 4 o 5 al giorno, ci tiene a precisare. Quarantanove anni portati come chiunque vorrebbe, e anche meglio, buona dose di retorica populista, attenuata da un umorismo pungente che lo rende simpatico a tutti, salvo alle persone che non gli garbano. Sono i primi a dire che mollano, che non ci stanno, basta. Lorenzo ha preparato una lettera di saluti piena di romanticherie ideologiche a effetto. Che tenerezza.
Noi informatici siamo compatti, nelle nostre posizioni. Lo siamo sempre stati; la nostra forza è essere tutti amici, da prima di questo lavoro, da prima di questi corsi. E si sente. Se ne accorgono anche gli altri, quando iniziamo a discutere, domenica da Gaetano.
– Il punto non è capire perché non hanno più i soldi dei nostri stipendi. Dobbiamo invece trovare delle possibili forme di contrattazione.
– No, Giulio, io non ci sto. La lettera che ci hanno mandato è un aut-aut, non possiamo accettarlo! Ma vi rendete conto? E’ offensivo: dopo 12 anni che lavoro qui, sono pronti a mandarmi via se non accetto di venir pagato tra due anni.
– Provate un po’ voi ad andare dal lattaio a chiedere un litro di latte: vabbè, i soldi te li do tra due anni! Secondo voi, ve lo dà il latte?
Alcuni ridono. Spezza la tensione, sdrammatizza.
Ride anche il Giulio, quello che ha parlato poco fa, e gli tremolano gli occhialetti sul naso fino. All’inizio mi sembrava un personaggio ambiguo. Prima impressione. Poi mi è sembrato sempre più ambiguo. Colluso. Siamo arrivati a sospettare anche che facesse la spia con i capi. Ridicolo, se non ne avessimo poi avuto la certezza.
– Daa!, Davide! ? Non sente dall’orecchio sinistro, Davide, e ogni volta per chiamarlo mi devo sporgere e toccargli una spalla ? Davide! Ma chi è quello? – il mento appena alzato nella direzione della sedia di Giulio.
– Non lo so mica. Insegna Comunicazione aziendale. Credo sia il figlio di un professore universitario collega di Giacomo. Ah. Rimugino, faccio spallucce. Troverà il modo di accordarsi per conto proprio con il Sarcc.
– E quindi che pensi di fare?
Mi sono persa l’intervento di Velia. E’ l’unica che conosco da tempo, Velia. Oltre a insegnare ha lavorato per tre anni nella segreteria didattica, e siamo diventate amiche. Ho conosciuto anche i suoi due figli, Simone e Francesca, due bimbi con gli occhi vivaci nonostante la perdita del padre da piccoli. Il marito di Velia è morto pochi anni fa di tumore; e Velia con il suo corpicino ossuto ma eretto si è caricata dolore e figli sulle spalle. Ora ha anche un nuovo amore, di cui mi parla spesso, protettivo e affettuoso, ma con un divorzio in atto che gli crea innumerevoli problemi.
Se n’è andata, Velia, dalla segreteria. Se n’è andata quest’inverno, dopo aver consultato un avvocato, perché non le riconoscevano parte del lavoro svolto nell’ultimo anno. Deve ancora avere tutti i soldi dello stipendio.
Chi la conosce, e conosce la sua storia con il Sarcc, non può fidarsi più di loro.
– Giacomo non è poi così affidabile come sembra. Lo sapete che qualche giorno fa mi ha chiamato e mi ha offerto di darmi metà dei soldi che mi deve come segreteria didattica, se accettavo di rimanere alle condizioni della lettera? Io non me la sento di accettare le sue condizioni, non lo trovo giusto, per niente. Però vorrei sentire prima bene cosa proponete. Per me, lo sapete, andarmene è un grosso problema. Proverei prima a contrattare.
– Ma che dice, questa lettera? Io non l’ho ricevuta.
Qualcuno che non ho ancora identificato dà lettura pubblica della lettera. E’ Silvio, designer dai modi pratici non privo di qualche ideale da portare avanti, per sentirsi in pace col mondo.
– Non ci mandano via, vogliono che ce ne andiamo volontariamente.
– E anche se ce ne andiamo, verremo comunque pagati tra due anni.
– Quello che mi irrita profondamente è il tono. Un tono da ricatto. Da veri mafiosi, da?
– Avevano chiamato noi, mafiosi, perché siamo sempre compatti nelle nostre posizioni. Hanno provato a darci più libertà di movimento, la scelta dei nuovi docenti, l’organizzazione degli orari, i programmi, e soprattutto la selezione delle materie da affrontare nel corso. Ora senza Giacomo hanno tentato di riprendere il controllo della situazione ? Davide ha un vocione potente, riesce a essere ascoltato anche quando stanno parlando tutti contemporaneamente. Spesso ho affidato a lui le mie parole, per riuscire a farmi ascoltare.
– Allora, proviamo a tirar giù una posizione comune?
– Facciamo un giro di opinioni.
Sono contraria. Perché dover avere una posizione compatta, se le nostre situazioni e di conseguenza le nostre posizioni sono differenti? Velia e Gaetano vivono di questo lavoro. Anche Domenico, quello grosso col sigaro che sta seduto sul tavolo e fa disegnini su foglietti che poi passa a Felice. Felice invece è ricco di famiglia, fa impressione a dirsi, ma pare sia così. Non ha bisogno di lavorare per vivere, insegna al Sarcc per diletto, per soddisfazione personale.
Noi informatici invece siamo tutti cosiddetti ‘free-lance’, il nostro lavoro nella scuola ci dà circa la metà di quanto riusciamo a guadagnare in un anno. Chi più chi meno. Alla riunione di venerdì al baretto di Trastevere è stato difficile trovare un accordo: per alcuni questo lavoro rappresenta una cospicua fonte di entrate; qualcuno non vuole andarsene per i ragazzi, gli studenti, che si fidano di noi; per altri è la possibilità di progettare insieme, di lavorare con persone con cui si condividono idee e interessi, a dare un buon motivo per restare a qualsiasi costo. Per pochi invece la situazione si è fatta inaccettabile, e ora basta, basta davvero, sarà sempre peggio, non ha più senso lavorare qui, non importa i soldi, è comunque un rischio rimanere a queste condizioni, ma non lo vedete qual è il loro gioco? Non lo capite che vogliono mandarci via e rimpiazzarci con docenti a meno costo? Con la penuria di lavoro che c’è in questi ultimi anni, ci mettono poco a trovare giovani disposti a percepire tariffe orarie più basse. E chissenefrega delle competenze didattiche.
Abbiamo tirato giù una lettera, domenica. Una lettera comune, firmata da trentadue su quarantuno. Alcuni hanno accettato solo per rimanere uniti, dichiaratamente controvoglia, ma proviamo per questa volta ad andare compatti. In nove hanno dichiarato di restare comunque al Sarcc, come atto di fiducia verso Giacomo, diamogli tempo, sono nei guai, dobbiamo metterci dalla loro parte, ci hanno sempre trattato bene. Beato te!
Gabriella, la terza donna del gruppo. Sociologa con supermercato di famiglia:
– E’ capitato anche a noi, un tracollo finanziario. Ci siamo venduti la villa al mare, per pagare i dipendenti e la merce.
Sono tutti d’accordo, ma nessuno ha il coraggio di proporre a Giacomo di vendersi la sua villa all’Olgiata, per pagare i nostri stipendi. E poi, qui non si tratta di un tracollo finanziario, loro i soldi li hanno spesi male, se li hanno spesi, oppure veramente se li sono giocati al lotto, in Borsa, fa lo stesso. Ancora non abbiamo capito bene come stanno le cose, e dal Sarcc non arrivano chiarimenti ulteriori. Quando si tratta di spiegare come sono arrivati a questo punto la nebulosa s’infittisce.
*
Sono seguiti altri incontri e altre tre lettere, nei due mesi seguenti, da parte nostra. E’ servito sempre meno spazio in fondo per le firme, che si sono assottigliate fino a diventare sedici.
Nel frattempo le lezioni sono riprese. Siamo andati tutti in aula, nonostante minacce e rivendicazioni più o meno fantasiose. Lorenzo il francese si è prodigato molto per lo sciopero, dichiarando apertamente che era una vita che avrebbe voluto scioperare contro i padroni. Felice, tra la sua innata noncuranza e il suo spirito pungente da nobile in rovina, ha proposto uno scambio di docenti, ognuno in un’aula diversa dalla propria a insegnare una materia che non sa. Trovata divertente, ma ha prevalso l’idea che sarebbe comunque stato inutile. Nessuno sciopero in nessuna forma creativa o dura ci potrebbe far ottenere i soldi che ci spettano, se loro non li hanno.
Comincio a intuire con chiarezza qualcosa di cui prima non mi rendevo conto: eccetto quei docenti che erano fin da subito disposti a concedere fiducia al Sarcc, tutti gli altri hanno cambiato posizione più volte nel corso delle cose. Poca lucidità, e tanto dispiacere. Questo ho sentito. Tristezza. Per gli studenti, con cui ognuno di noi aveva legato e a cui aveva garantito un percorso da fare insieme. Amarezza e preoccupazione per la propria condizione economica, a fare i conti con parecchi soldi in meno, e di punto in bianco all’inizio della primavera, quando ognuno aveva fatto affidamento per quell’anno sul possesso di una certa cifra, programmato vacanze, acquisti, o più semplicemente il pagamento di bollette e affitto assicurato. Delusione e rabbia per essere stati presi in giro da una struttura che non si era mai comportata granché bene, ma che era stata per anni il luogo di un lavoro che piace, che dà soddisfazione e gratificazione.
Ora ce ne siamo andati quasi tutti, anche quelli che all’inizio tentennavano. Ci sentiamo, talvolta, tra alcuni siamo diventati amici, come me, Lorenzo e Silvio, altri si sono messi insieme per trovare lavori alternativi.
Noi di informatica ci sentiamo poco, ma, quando capita, sempre con grandi feste e tanto affetto. C’è stata alla fine qualche recriminazione di chi voleva restare, e un dolore diffuso per la difficoltà di trovare altro lavoro insieme.
Ognuno da ora in poi lanciato a cercare fonti di reddito ulteriori, per coprire il buco; ognuno pronto a ricominciare altrove, con gli stessi rischi, la stessa possibilità di essere fregato, la stessa consapevolezza di non essere cautelato in nessun modo, come ci disse l’avvocato consultato telefonicamente: anche se fate causa, il Sarcc è una Sas, prima devono pagare la merce, poi i collaboratori. Bene che va vi resta qualche sedia e qualche tavolo a risarcimento, e solo dopo lunghi anni di battaglia legale. Non ne vale la pena.
Abbiamo però ritenuto opportuno sancire la perdita del lavoro con una delle più resistenti tradizioni romane: una bella pizza tutti insieme. Eravamo una dozzina, quelli che hanno legato di più.
Un brindisi ai nostri incontri, e vai, un brindisi pure al Sarcc, a Giacomo e alle sue due sorelle matte. Siamo generosi noi.
Un brindisi anche alla moglie di Lorenzo, che lo ha sempre sostenuto, pur sapendo che avrebbero avuto difficoltà economiche, senza le entrate del Sarcc; un brindisi all’università, che con i suoi contratti annuali pur se malpagati permette ancora a qualcuno di insegnare; un brindisi agli studenti, con cui ognuno di noi giura che manterrà un legame anche fuori dall’aula.
Un brindisi infine alle partite Iva e ai Co.co.co che si alleano contro il padrone.
Quest’ultima bevuta ha scatenato una vera e propria ovazione che ha echeggiato in tutta San Lorenzo. Ancora la si può sentire, se ci si fa attenzione.