I personaggi dei libri. Simenon, Hustvedt, Auster
Voglio ricominciare a scrivere qui, parlando di libri, di storie e di personaggi.
Anni e anni fa lessi “L’uomo che guardava passare i treni“, del mio amato Simenon. E passai molti dei giorni seguenti incontrando Popinga per caso, nei bar, seduto al tavolino, o per strada, che camminava veloce e guardingo.
Non mi ero immedesimata in lui, non avevo preso le sue parti. Era solo diventato reale. Simenon non pretende che tu, lettore, diventi uno dei suoi personaggi. Sono spesso troppo soli, troppo ambigui, troppo malati, perché tu riesca ad accettarli come parte di te. Simenon racconta storie, storie quotidiane, e le rende intime per il lettore. Per questo puoi incontrare Popinga per strada, come è accaduto a me, come se tu fossi uno della folla che gli passa accanto… con la differenza che non sei ignaro, e lo sai, che quello spazzolino da denti, quel pennello e quel rasoio che si porta in tasca, sono tutta la sua vita. E’ un estraneo, Popinga, ma lo conosci intimamente.
Quest’estate invece ho letto, tra gli altri, l’ultimo libro di una scrittrice
che amo molto, Siri Hustvedt. “Elegia per un americano“, s’intitola.
E sono diventata amica di Erik. Non sono Erik, non lo incontro per strada o altrove. Erik è però un amico con cui ho condiviso una parte di vita, e ora è rimasto dentro di me. Lo penso con affetto, mi chiedo come possa stare ora, se ancora riceve pazienti, se è rimasto vicino a sua nipote, se ha dei nuovi inquilini con cui fare amicizia. E mi manca. Vorrei ancora poter partecipare alla sua vita, per quanto confusa, faticosa, complessa. Come le storie che la Hustvedt intreccia sempre, tanto da far noia e creare difficoltà a molti lettori. Erik è in me, come un amico del passato.
Subito dopo ho letto “Uomo nel buio“, di Paul Auster. E sono diventata prima Owen Brick, poi August Brill.
E’ un libro diviso in due, in effetti. E ogni personaggio di cui racconta, diventi tu. E’ la grandezza di Auster. E’ il motivo per cui amo, e al tempo stesso odio questo scrittore. Ogni suo libro ti trascina dentro il suo personaggio, e ti spalma nelle viscere dei suoi pensieri e delle sue emozioni. E spesso non è un’esperienza piacevole, visto quello che Auster gli fa vivere. Come Owen Brick, soffoco, scalpito, combatto, mi arrendo, e soffoco nuovamente. Come August Brill, vivo, soffro, amo, e vivo di nuovo.
E questa doppia anima che mi ha regalato Auster, ancora me la riscopro dentro, di tanto in tanto, a rosicchiare qualcuno dei miei pensieri. Una parte di me.
Ciò che dunque amo dei grandi libri, quelli che sono ‘grandi’ per me, ovviamente, è proprio quell’emozione che mi prende così forte verso la fine, quando sto voltando l’ultima pagina. Un misto di emozioni indicibili e forti.
Quando chiudo il libro sulla quarta di copertina, saluto qualcosa che, in modi diversi, è diventata mia: l’emozione di un intimo estraneo, di un amico di un tempo, o di una parte di me. Le dò il benvenuto, e al tempo stesso le dico arrivederci.
Ora, invece, dò il bentornato a un post su questo mio blog.

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